C’è un’età – più o meno tra i sedici e i diciannove anni – in cui ti chiedono “cosa farai da grande” con la stessa naturalezza con cui ti chiedono se vuoi una pizza margherita o una quattro stagioni. Come se fosse semplice. Come se avessi in tasca un filo di Arianna da tenere tra le mani e tirare fino a trovare la via d’uscita.
Io quell’età me la ricordo benissimo. Me la ricordo come un periodo in cui avevo la testa piena e, allo stesso tempo, vuota. Piena di pensieri che si attorcigliavano e vuota di informazioni concrete, pratiche su cosa esiste davvero fuori e dopo dalla scuola. Perché diciamocelo: il nostro sistema scolastico fa tantissime cose bene, ma sull’orientamento spesso fa un po’ scena muta. Ti insegna a studiare tanto china sui libroni, a sopravvivere alle interrogazioni a sorpresa, ma raramente ti accompagna in quel passaggio in cui inizi a capire che il mondo fuori è vastissimo, e che dentro quell’enormità ci sono tantissimi lavori e possibilità di realizzarsi che nessuno ti ha mai nominato.
Alla fine del liceo, le idee su cosa fare dopo sono molto confuse. Confuse perché ci sono tanti piccoli inputs su cosa si “potrebbe fare”, ma poi ti mancano gli strumenti per capire veramente se si tratti di un lavoro remunerabile, uno sport o addirittura un hobby come spesso ti appaiono gli impieghi degli altri cui inizi a fantasticare a quell’età.
Oppure capita che le idee non ci siano proprio. Perché nell’adolescenza spesso si vive nel presente del bisogno di trovarsi, appartenere e di distinguersi dagli altri. E va benissimo così. Non si può ignorare quel desiderio che hai di capire di che pasta sei fatto vis a vis il tuo gruppo e che cosa fa di te, te.
E poi ci sono le idee rigide. Quelle che arrivano da fuori: che cos' è una “carriera vera”, cosa è una scelta “seria”, cosa è “da ambiziosi”, cosa “fa guadagnare”, cosa “non serve a niente”. Idee che sono ereditate, più che scelte.
Ecco perché voglio diventare mentore per le scuole superiori. Perché credo che condividere la mia esperienza e i passi fatti fino ad ora possano aiutare a farsi un quadro più chiaro – anche solo iniziale – di cosa esiste là fuori. Questo quadro a sua volta può supportare l’elaborazione di domande migliori, funzionali a costruire idee che prima di tutto siano sentite come più chiare possibili, aperte al cambiamento e nostre.
Credo infine nel valore aggiunto di M4U. In quello dell’incontro con giovani adulti come me che, da italiani, vivono il lavoro di adesso: precario, globalizzato, spesso volatile, ricco di possibilità in continuo mutamento ma anche di deviazioni, interruzioni, ripartenze. Parlare con qualcuno che ci è già passato non serve a farsi dire cosa fare. Potrebbe servire a capire come concentrarsi per “fare” con consapevolezza e motivazione quello che desideri.
-Clelia Guareschi